Nella stanza d’analisi

Il momento del primo incontro con uno psicologo/psicoterapeuta è sempre ricco di emozioni contrastanti. Ci si avvicina alla stanza d’analisi immersi in un mare di interrogativi: abbiamo sentito solo la voce dello psicoterapeuta e tentiamo di immaginarci il suo aspetto, non sappiamo che ambiente troveremo e soprattutto tentiamo di dare una risposta alla domanda che inevitabilmente ci porremo:

“Adesso cosa devo dire?”

Sono domande normalissime e comuni a chiunque abbia messo piede in uno studio di analisi e cercherò qui di dare risposta ad ognuna di esse per dipanare ogni dubbio al riguardo.  

Cerchiamo in poche righe di comprendere e dare risposta a queste e più domande che affollano i nostri pensieri

Che ambiente troverò?

Quando si apre la porta di uno studio di psicologia solitamente si viene a contatto con un ambiente accogliente, molto più simile ad un salotto che all’immaginario di uno studio medico. Non ci credete? Provate a cercare sui motori di ricerca studio di psicoterapia e sarete sorpresi dai risultati.  

E ora… devo parlare solo io?

Quello che avviene lo possiamo paragonare a uno scambio dialettico tra due persone che condividono il medesimo spazio. Da una parte ci siete voi che avete richiesto l’appuntamento e dall’altra il professionista che vi accoglie.

Accogliere: Raccogliere presso di sè, quindi Ricevere con una dimostrazione di affetto, in senso più esteso anche Accettare, Approvare, e in ultimo Capire

Proprio così: si parla infatti di accogliere l’altro, accettarlo nel proprio “salotto” e ascoltarlo con una totale sospensione di giudizio e critica delle sue difficoltà, alla ricerca di una comprensione comune delle sue emozione e dei suoi pensieri. L’ascolto del terapeuta sarà attento e discreto, non invasivo, non si parlerà di nulla che la persona non voglia veramente dire ed affrontare, non sarà un interrogatorio serrato, ma un dialogo tra due perone che iniziano a conoscersi.

 

Ma visto che dobbiamo parlare non è meglio che mi confido con un amico?

Avere accanto a sé amici pronti ad ascoltarci e darci consigli nei momenti di necessità è fondamentale per qualsiasi essere umano, ma attenzione, questo “essere presenti”, “ascoltare”, “dare consigli” non deve essere confuso con l’attività di un terapeuta.

Lo psicologo infatti non dà consigli, ma consente, attraverso la sua obbiettività e professionalità, di analizzare i fatti importanti della vita e le nostre problematiche da un punto di vista diverso, ci permette di dare luce e chiarezza ad alcuni nodi fondamentale della nostra vita, permettendo quando è necessario l’emergere di risorse e capacità fino a quel momento nascoste.

 

Ma … lo psicologo “cura i matti”, no? Quindi se vado dallo psicologo sono matto?

Questo è un luogo comune se non un pregiudizio che lo psicologo affronta molto spesso nello svolgimento della sua attività. Spesso è la stessa persona che in cerca di rassicurazioni chiede al terapeuta “ma sono matto?”  Al di là della definizione di “pazzia” o “follia” che preferisco tralasciare in questa sede poiché necessita il giusto approfondimento in separata sede, coloro che si rivolgono allo psicologo sono semplicemente persone che stanno vivendo un periodo particolare nella loro vita. Con particolare intendo, difficile, doloroso, inconsueto, potrebbe essere un lutto o un cambiamento improvviso e repentino nel proprio stile di vita. Queste persone quindi non sono “pazze” ma si trovano semplicemente ad attraversare un momento delicato e decidono di rivolgersi ad un professionista per superarlo.


Vi invito quindi a non avere timore all’ingresso della stanza d’analisi, perché si tratta di un luogo ed un tempo dedicato a voi stessi per la risoluzione dei vostri problemi con l’aiuto di un professionista imparziale e distaccato: sicuramente un contesto positivo, dal quale trarrete giovamento, fosse anche solo per aver preso la decisione di dedicare del tempo a voi stessi.

Spazzatura creativa

Junk”, o meglio “spazzatura creativa

Lo scrapbooking è una tra le tante passioni che riempiono le mie giornate: per chi non sapesse di cosa stia parlando, si tratta di un modo per conservare i ricordi attraverso foto utilizzando carte decorate, abbellimenti, fiori e tutto ciò che riteniamo utile per far sì che il momento catturato nella foto rimanga il più vivido possibile durante gli anni.

Essendo questo mondo creativo abbastanza ampio e variegato lascia spazio a differenti possibilità espressive e mi sono ritrovata quindi negli anni a sperimentare diverse tecniche e diversi approcci ad esso.

In questo ultimo periodo sono incappata nei “junk journal”, letteralmente “diario spazzatura”.

Questo tipo di diario viene creato totalmente da zero, come la maggior parte dei progetti nello scrapbooking, utilizzando il materiale di riciclo che si ha in casa: per cui al suo interno si possono utilizzare buste usate, vecchi spartiti, pagine di libri o quaderni, tessuti, pizzi, insomma tutto quello che non ha più uno scopo e rischierebbe di finire inevitabilmente nel bidone, riacquistando quindi qui un nuovo significato e un nuovo valore.

spazzatura creativa paola coacci psicologa psicoterapeuta pesaro urbino

Ora, perchè vi parlo di questo mio hobby personale? Semplicemente perchè penso che il lavoro psicoterapeutico possa ricordare il lavoro creativo di recupero di materiale, in questo caso emozioni e ricordi, dando ad essi nuovo significato e una nuova collocazione. Nel bene o nel male noi siamo frutto di innumerevoli esperienze: non tutte però riescono a trovare una collocazione nella nostra vita e così si accumulano, nell’attesa di essere elaborate in qualche maniera, sperando di trovare un posto nel nostro speciale armadio che è l’inconscio.

A volte questo processo va a buon fine, altre volte questi elementi non riescono proprio a trovare una sistemazione, generando una serie di disagi per la persona sotto forma di ansia, paura, rabbia, facendoci perdere il controllo della nostra vita.

Ed ecco quindi che possiamo ricorrere all’immagine del junk journal, costruendo con lo psicoterapeuta un diario immaginario, composto da tutte quelle parti che al momento non hanno uno scopo e continuano a girare tormentandoci. Potremmo cercare di ignorarle, potremmo fare finta che non sia mai esistite, ma quelle emozioni sono presenti e spiacevolmente attuali e dargli un nuovo valore o semplicemente accettare che facciano parte della nostra storia è come tenere tra le mani delle cartoline ormai scolorite o un vecchio abito.

Possiamo toccarlo, soppesarlo e chiederci

“Devo davvero buttarlo nella spazzatura o posso farci qualcosa?”

“Può diventare utile al mio diario oppure devo accettare che non possa essere più utilizzato in alcun modo?”

“Riprendere in mano” un ricordo spiacevole, un’esperienza dolorosa, poterla di nuovo valutare, ma con la consapevolezza di non essere soli in questo processo, è difficile, ma non impossibile: di certo si tratta di un percorso che vale la pena seguire.

Psicologo, psichiatra, psicoterapeuta

Come studentessa prima e come psicologa e psicoterapeuta poi, mi è capitato spesso di sentire frasi del tipo:

“Lo psichiatra cura i matti, lo psicologo si occupa di problemi minori, no?”

… no.

Affermazioni del genere da un lato fanno sempre un po’ sorridere, dall’altro suggeriscono quanto sia grande la confusione e l’ingenuità che circondano la nostra professione.

Per mettere un po’ in ordine le idee e fugare per quanto sia possibile ogni dubbio, vorrei innanzitutto chiarire che la prima fondamentale differenza tra uno psichiatra e uno psicologo sta nel fatto che lo psichiatra è un laureato in medicina specializzato in psichiatria e come medico può prescrivere medicine ai suoi pazienti; lo psicologo è laureato in psicologia e può collaborare con diverse figure professionali, tra le quali lo psichiatra, ma non può in alcun modo sostituirsi a lui per quanto riguarda le prescrizioni farmaceutiche a meno che non sia anche medico.

Chiarita questa, a mio avviso, fondamentale differenza, possiamo cercare di comprendere la distinzione tra laureato in psicologia, psicologo e psicoterapeuta.

Psicologo, psichiatra, psicoterapeuta - Paola Coacci psicologa psicoterapeuta Pesaro Urbino

Chi è chi

Per praticare la professione di  psicologo il primo passo è iscriversi a un corso di laurea in psicologia. In seguito alla riforma universitaria le lauree, da quadriennali o quinquennali (come quella in psicologia), hanno subito un mutamento e sono state suddivise in un triennio generale e un biennio specialistico. Ciò premesso andiamo ad analizzare le varie figure professionali (non mediche) che possiamo incontrare.

Laureato in psicologia: è uno studente che dopo un regolare corso di studi quinquennale ha conseguito la laurea ma non è ancora abilitato all’esercizio della professione. Il titolo che si può conferire a tale figura è quello di dottore in psicologia.

Dottore in scienze psicologiche: a differenza dello psicologo con laurea quinquennale, ha conseguito una laurea di tre anni, ha effettuato un successivo tirocinio di almeno 6 mesi e superato l’esame di Stato che consente l’iscrizione all’Ordine (Sezione B dell’Albo); può operare sotto la supervisione di uno psicologo iscritto alla sezione A.

Psicologo: è un professionista che, dopo aver svolto un regolare corso di studi quinquennale, ha conseguito la laurea in psicologia. In seguito ha svolto un tirocinio della durata di un anno presso strutture convenzionate sotto la guida di un tutor e ha sostenuto un esame di Stato per poi iscriversi all’ Ordine degli Psicologi (Sezione A dell’Albo). La professione comprende l’uso degli strumenti conoscitivi e di intervento per la prevenzione, la diagnosi, il sostegno psicologico, ma lo psicologo non può fare psicoterapia.

Psicoterapeuta: è uno psicologo o un medico che ha frequentato una scuola di specializzazione in psicoterapia riconosciuta dal M.I.U.R. (Ministero dell’Istruzione, dell’Università e della Ricerca) della durata minima di 4 anni al termine dei quali ha sostenuto un esame finale volto all’abilitazione all’esercizio della psicoterapia. Durante i quattro anni di studio lo psicoterapeuta in formazione ha svolto attività di tirocinio sotto la guida di un tutor psicoterapeuta. Al termine del suo percorso si è iscritto all’elenco degli psicoterapeuti. Alle scuole di specializzazione in psicoterapia possono accedervi psicologi regolarmente iscritti all’albo o medici. Lo psicoterapeuta non può prescrivere farmaci di alcun genere, nel caso in cui ciò capiti non è la professione di psicoterapeuta ad autorizzarlo ma è il fatto di essere un medico.

Detto questo, spero di aver fatto un po’ di chiarezza tra queste terminologie spesso confuse tra di loro.